LABORATORIO TEATRALE EX STUDENTI
Anno Scolastico 2007 / 08
NEGRI
da “I Negri” di JEAN GENET 1958
Per un pubblico di bianchi seduti comodamente in sala, una troupe di negri (il termine è provocatoriamente scorretto) mette in scena lo spettacolo per eccellenza che quegli spettatori inorriditi e compiaciuti si aspettano da loro: quello dell’assassinio con stupro della donna bianca.
I modi sono quelli che quel pubblico bianco e borghese si aspetta dai negri: pitoreschi ed esotici. I protagonisti, però, li sottopongono ad una intenzionale parodizzazione e attraverso il loro sguardo alienante riescono a privare questi stereotipi della loro dimensione rassicurante . Incrinature sempre più inquietanti iniziano a balenare , anche a causa dell’ ampollosità dell’eloquio, saccheggiato da quello dei bianchi.
La cerimonia contiene una propria antitesi: metà della troupe infatti mette in scena il tribunale costituito dalle figure emblematiche del potere dei colonizzatori , a loro volta rappresentate con lo sguardo parodistico dei neri.
Chiarito questo gioco simmetrico, sembrerebbe che si dia solamente in pasto ai bianchi ciò che essi già si aspettano, ma via via risulta sempre più chiaro che quello cui assistiamo non è che un diversivo, mentre l’importante dell’azione dei negri sta svolgendosi proprio lì vicino, dietro le quinte, ma deve esserci nascosto. Si addensa allora sul pubblico l’inquietudine per una minaccia incontrollabile, perchè si organizza in modi che i suoi protagonisti non ci concedono di sapere.
Se la concreta presenza in scena dei popoli africani aveva una carica immediata negli anni ’50, quelli del grande movimento della decolonizzazione anche guerreggiata (l’autore si è molto esposto in quella dell’Algeria) oggi di quest’opera ci risulta forse più attuale la portata metaforica. Genet del resto sembra averla alimentata anche col suo successivo avvicinamento al movimento dei Black Panthers e alla lotta della resistenza palestinese, nonchè con la sua scomoda presenza di omosessuale rivoluzionario. Questa dimensione metaforica di diversità inconciliabile può legittimare dei ‘bianchi’ ad assumere un’opera scritta inizialmente per una troupe di effettivi neri.
Inoltre il fascino della struttura teatrale è ne “I Negri” di eccezionale potenza. In questa, forse più ancora che in altre opere di Genet, il rito ha una forza primaria, risalendo alla radice dell’evento teatrale, alla sacralità dei suoi albori, prima ancora che esso raccontasse delle storie, al suo puro essere momento sacrificale di una comunità che in esso si identifica e insieme si interroga sulla propria identità.
Il lavoro del nostro gruppo su questo testo tende a valorizzare gli snodi chiave, eludendo un po’ quel rigoglio verbale che caratterizza la pagina visionaria poetica e quasi surrealista di Genet. Questo suo culto barocco della forma rischiava per noi di disperdere la compattezza del rito collettivo cui soprattutto puntavamo, anche per un nostro percorso laboratoriale. Non si è però voluta cancellare un’altra particolare qualità dell’autore, quella di scandagliare la fascinazione carnefice-vittima, sottesa a quella colonizzato-colonizzatore, che fa sbandare in aree non protette in cui è interessante gettarsi e rischiare, così da attori come da spettatori (se si riesce a restare tali).
Torino, ottobre 2007
Il responsabile del progetto
Prof.Claudio Caprotti